Risale ad alcuni giorni fa la notizia della morte, in condizioni ancora da chiarire, di Vakhtang Enukidze, cittadino georgiano di 37 anni detenuto al Centro per i Rimpatri di Gradisca che dopo esser stato trovato privo di sensi nella sua cella di isolamento è deceduto nel vicino ospedale il giorno 18 Gennaio 2020.

Il caso è divenuto di dominio pubblico a seguito di alcune dure dichiarazioni del parlamentare radicale Riccardo Magi di +Europa.

Magi,  in alcune interviste ed in una conferenza stampa, ha dichiarato di aver visitato più volte il centro dove ha raccolto testimonianze da parte di molti migranti che hanno raccontato di aver assistito ad un pestaggio da parte delle forze di polizia.

Magi aggiunge che alcuni di essi abbiano anche assistito a giorni di agonia del georgiano da quando è stato riportato dal carcere di Gorizia, nuovamente nel CPR di Gradisca. Il parlamentare conclude i suoi interventi riportando alla memoria il caso cucchi, affermando infatti che “potremmo trovarci difronte ad un nuovo caso Cucchi”.

Ad una settimana esatta dal decesso arrivano anche le parole della sorella di Vakhtang, la quale, pur parlando solo in tedesco, afferma di essere in contatto con l’ambasciata Georgiana per il recupero della salma. Grazie alle dichiarazioni della sorella si apprende anche che Enukidze fosse in italia già da diversi anni, nonostante fosse privo del regolare visto e di essere quindi finito nel centro di rimpatri dopo il fermo delle forze di polizia. La sorella inoltre racconta di un ragazzo nel complesso pacifico, che ha lavorato come imbianchino e che era in Italia per trovare lavoro.

Molto diversa però la versione delle autorità che hanno fermato più volte il cittadino Georgiano per risse e rivolte; infatti negli ultimi tempi ha partecipato a più di due rivolte nel solo centro di Gradisca, oltre che ad una rissa con un altro migrante sembra per problemi riguardanti uno smartphone.

Certo è che che Vakhtang Enukidze fosse in cura (assumeva alcuni medicinali in modo regolare) e tenuto sott’osservazione in una cella di isolamento.

Sul caso le informazioni certe sono ben poche ma tutti gli attori principali concordano con la prudenza, anche la stessa sorella, su suggerimento dell’ambasciata Georgiana afferma di non voler rilasciare dichiarazioni avventate e supposizioni che potrebbero essere strumentalizzate e utilizzate a fini politici.

Risulta quindi essenziale attendere l’esito dell’autopsia per chiarire i fatti e, nel frattempo anche il Capo della Polizia, il Prefetto Gabrielli si è espresso in maniera decisa sulla situazione:

Trovo assolutamente offensivo fare parallelismi a dir poco arditi tra una vicenda che non è stata ancora definita e una per la quale sono stati impiegati anni e processi.

In queste ore ci sono state affermazioni gravissime: dire che questa persona è morta per le percosse subite quando c’è un’indagine in corso e dev’essere ancora effettuata l’autopsia è a dir poco ardito, i Cpr siano uno strumento ineliminabile perché rispondono all’esigenza di ospitare persone che non hanno diritto a stare sul nostro territorio e che debbono essere riconosciute dalle autorità consolari.

Ritengo che oggi siano troppo pochi perché costringono gli operatori a fare delle transumanze da una parte all’altra dell’Italia.

Altra cosa è la condizione nella quale queste persone sono chiamate a vivere, che deve essere una condizione civile e di rispetto».

Sulle parole del prefetto è intervenuto anche Valter Mazzetti, Segretario Generale di FSP Polizia:

Rispetto alla drammatica morte di uno degli ospiti del Cpr di Gradisca D'Isonzo, sono sacrosante le parole del Capo della Polizia contro il solito insopportabile accanimento preventivo contro l'operato delle forze dell'ordine.

Siamo stati i primi a denunciare la situazione che sta gonfiando una enorme bolla scatenatosi attorno a una struttura che vede i colleghi operare in condizioni difficilissime, e che porta con sé tutta una serie di problematiche che devono essere risolte in sede politica e normativa, e non certo addossate al personale in divisa che, in tutte le circostanze, finisce sempre per farne le spese.

Fa venire i brividi vedere con quale superficialità e con quale disinvoltura si strumentalizzi una vicenda dolorosa e complicata del passato, ma l'intento è chiaro: ora si vuol tramutare il caso Cucchi in un tormentone, un'arma da usare gratuitamente contro le Forze dell'ordine prima ancora di conoscere i fatti.

Abbiamo denunciato dettagliatamente la situazione delicatissima che si registra nel Cpr, dove si susseguono episodi di violenza, fughe, danneggiamenti, incendi, e dove i poliziotti del territorio e quelli del Reparto mobile di Padova fronteggiano continuamente reazioni incontrollate e circostanze pericolosissime senza protocolli certi, in un quadro normativo vago e in condizioni di insicurezza. Sarebbe ora di smetterla con gli slogan che inneggiano all'odio per chi porta la divisa e affrontare i veri problemi, nell'interesse di tutti.

La situazione resta quindi complicata e da definire in ogni sua parte, rendendo impossibile commentare in maniera decisa la situazione addossando colpe e creando sentenze. 

Come staff di ANFEDIPOL.IT ci occuperemo di fornivi quanti più dettagli possibile sulla vicenda, a nostro modo, con i commenti delle istituzioni e degli attori protagonisti.