Per questa analisi la collaborazione di Anfedipol è con l’Avv. Federico Bottazzoli, nato a Cecina il 6 febbraio 1982, in provincia di Livorno, si laurea all’Università degli Studi di Pisa nel 2007. Grazie ad una collaborazione decennale con lo Studio Behare di Milano, ancora prima dell’iscrizione all’albo, ha sperimentato le più moderne tecniche difensive con questioni attinenti a società di alto profilo nell’area milanese. A seguito di questa esperienza nel 2014 consegue un master nella materia del “Diritto Bancario”. Nell’anno 2011, ricopre l’ufficio di Vice Procuratore Onorario (V.P.O.) presso la Procura della Repubblica di Livorno, e nell’anno 2011/12 consegue l’attestato di partecipazione con profitto al Corso di “Deontologia e Tecnica del Penalista” presso la Camera Penale di Pisa. Sempre nel 2012 diviene uno dei primi avvocati a conseguire il titolo di mediatore civile professionista. Dall’anno 2014 inizia a concentrare parte dell’ attività professionale e di studio nella materia del Diritto Sportivo, divenendo così uno dei soci fondatori del coordinamento per la Toscana dell’Associazione Italiana Avvocati dello Sport (A.I.A.S.), una delle più importanti e accreditate associazioni di avvocati esperti di diritto Sportivo. Complice questa dimestichezza con le normative delle federazioni sportive e il processo sportivo, dall’anno 2015 all’anno 2017 è presidente di una associazione sportiva di atletica leggera, e, tutt’oggi, consulente legale di diverse associazioni sportive della provincia di Livorno, nonché dell’Associazione “Italian Baseball Softball Players Association" (I.B.S.P.A.) e fiduciario legale per le Associazioni Sportive iscritte allo “C.S.E.N. Comitato Provinciale di Siena". Grazie ad una collaborazione con la sezione di Livorno della Federazione dei Medici Sportivi Italiani (F.M.S.I) l’Avvocato Bottazzoli ha avuto modo di prendere parte come relatore a diversi convegni aventi ad oggetto la responsabilità penale dei medici sportivi ma anche altri aspetti della materia del diritto sportivo, come: la privacy per le associazioni e società sportive, la responsabilità penale dei gestori delle attività sportive invernali, la figura dell’avvocato procuratore sportivo ecc…

Vi lasciamo quindi alle parole del nostro esperto:

Come affermato da autorevole dottrina (Cfr. in primis Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, fasc.3, 1 SETTEMBRE 2019) gli artt. 589-bis e 590-bis c.p. puntano alla creazione di delitti speciali rispetto alle fattispecie colpose di omicidio e lesioni personali.

Con la creazione di queste specifiche figure di delitti, si prevede di punire più severamente la causazione di eventi lesivi a seguito della violazione delle norme sulla circolazione stradale.

È innegabile come, negli ultimi anni, gli incidenti automobilistici seguiti dalla morte anche di più persone hanno determinato una forte impressione nell'opinione pubblica.

Si tratta purtroppo, in alcuni casi, di eventi caratterizzati da macroscopiche inosservanze del codice della strada, ed in molti altri, dovuti all'assunzione di bevande alcoliche o sostanze stupefacenti da parte del conducente.

Questi eventi negativi hanno convinto il legislatore della esigenza di introdurre strumenti di prevenzione e di repressione ad hoc, tesi a contrastare gli incidenti stradali particolarmente gravi.

La dottrina giuridica prevalente ha ravvisato all'origine della legge sull'omicidio stradale una esasperata pretesa di una pena elevata, in parte alimentata anche da una forte influenza mediatica.

Sempre in questo senso, e similmente a quanto si osserva in altri settori sensibili della responsabilità colposa (in primis, attività medica e malattie professionali per esposizione a sostanze nocive), la riforma dell'omicidio stradale sarebbe stata varata per placare la generale sfiducia nel complessivo assetto sanzionatorio che veniva applicato precedentemente. 

Spesso infatti l’incidente stradale, anche se mortale, difficilmente finiva con una pena esemplare e con l’incarcerazione del colpevole.

Proprio tale condizione, ritenuta poco afflittiva, portò all'insoddisfazione generale per l'inquadramento di tali sinistri nell'ambito della responsabilità colposa e all'intolleranza nei confronti del (tipo d'autore) “pirata della strada”.

Senza voler essere estremamente tecnici nella narrazione, pur dovendosi rapportare con una normativa che presenta un estremo tecnicismo, è doveroso sviluppare alcune riflessioni.

Possiamo notare, immediatamente, che l’articolo di riferimento (l'art. 589-bis c.p. n) prevede una fitta schiera di aggravanti, alle quali si aggiunge quella prevista dall'articolo successivo (589-ter c.p.), che contempla il caso in cui il conducente si dia alla fuga dopo il sinistro.

Di seguito si riporta, per una maggiore comprensione l’intero articolo 589-bis c.p. in commento, rubricato “omicidio stradale”.

 Art. 589-bis c.p.

Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.

Versione con aggravante, Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all'assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni.
La stessa pena si applica al conducente di un veicolo a motore di cui all'articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell'articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell'articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

La pena di cui al comma precedente si applica altresì:        
   1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;
   2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un'intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;
   3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona].

Una ulteriore aggravante si avrà nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, quando il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell'autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria in questi casi la pena è sempre aumentata.

Diversamente invece, qualora, nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, l'evento non sia esclusiva conseguenza dell'azione o dell'omissione del colpevolela pena è diminuita fino alla metà.
Se invece, il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, complessivamente comunque, la pena comminata, non potrà superare gli anni diciotto.

In tutte queste ipotesi di condotte aggravanti, per espressa previsione codicistica dell’art art. 590-quater c.p. ci troviamo nei casi delle circostanze c.d. “ad effetto speciale”, questo significa che, al ricorrere di queste circostanze aggravanti, la presenza di eventuali circostanze attenuanti diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 114, non potranno essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste.
Le attenuanti, che hanno come scopo quello di mitigare le pena finale, nel caso di omicidio stradale, operano sulla quantità di pena già determinata ai sensi delle predette circostanze aggravanti, pertanto, non si potrà operare il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti, previsti dall’ art. art. 69 c.p. rubricato “concorso di circostanze aggravanti ed attenuanti”.

Tradotto in estrema sintesi significa che, qualora il Giudice rilevi nel caso concreto circostanze attenuanti (diverse da quelle previste dagli artt. 98 e 114 c.p.), queste non potranno essere ritenute equivalenti o addirittura prevalenti alle aggravanti e quindi le eventuali diminuzioni di pena previste con l’applicazione delle attenuanti, si applicheranno sulla pena già determinata dalle aggravanti dell’art. 589-bis c.p.

Vi è un unico caso, in cui il giudice può non osservare questa regola, ossia quando ravvisa a carico del reo l'attenuante della “minima partecipazione”, prevista, appunto, dall'articolo 114 del Codice penale sopra citato... Non è una variabile di poco conto: le due attenuanti (98 e 114 c.p) possono concorrere, determinando la diminuzione di pena fino alla metà prevista dal comma 7 degli articoli 589-bis e 590-bis, di cui se ne farà cenno nella parte finale.

In pratica, questo significa che un omicidio stradale aggravato da abuso di alcol o droghe, per cui è prevista una pena minima di 8 anni, può essere punito, nel caso di rito alternativo premiale, come il giudizio abbreviato o il patteggiamento, con una pena inferiore a 1 anno di reclusione.  Chiaramente è solo un’ipotesi che deve comunque essere valutata caso per caso. 

Come si è detto esiste, quindi, la c.d. "minima partecipazione". La linea che distingue la diminuente del concorso di cause da quella della minima partecipazione non è così sottile. 

La Cassazione, in diverse sentenze, ha spiegato che l'attenuante di "minima partecipazione" (articolo 114 n.b) può scattare solo se il ruolo assunto dal reo (colpevole) ha avuto un'efficacia quasi insignificante nel causare l'evento, senza apprezzabili conseguenze pratiche sul risultato complessivo: ciò quindi rende tale attenuante incompatibile con le condotte di guida più pericolose, come: inversioni di marcia, sorpassi azzardati, attraversamento di intersezioni stradali con semaforo rosso.

Paradossalmente, però, la “minima partecipazione", può invece convivere con le ipotesi di abuso di alcol o droghe quando però queste non sono accompagnate da altre trasgressioni del Codice della strada: si pensi a un incidente in cui la responsabilità quasi esclusiva è della vittima (perché ad esempio correva a folle velocità, o contromano), mentre lo stato di ebbrezza del reo, magari di poco superiore del consentito, non ha avuto alcuna reale efficacia causale.

Molto più frequenti possono essere i casi di concessione della diminuente speciale del “concorso di cause” senza che si ponga il problema della minima partecipazione del reo: come ha ricordato di recente la Cassazione (sentenza 13103/2019), la prima attenuante “concorso di cause” ricorre ogni volta in cui "sia stato accertato un comportamento colposo, anche di minima rilevanza, della vittima o di terzi".

Da qui la possibilità che nonostante la normativa in oggetto abbia inasprito le pene, possa accadere che vengano applicate quelle meno severe previste dalla normativa previgente. (sul punto Cfr. articolo del Sole 24 ore Omicidio stradale: le concause che fanno diminuire le sanzioni) 

Nel prossimo intervento verranno esaminate, sempre con l’intento di non appesantire il discorso con argomentazioni tecniche, i commi 2,3 e 4 dell’art. 289 bis c.p. aventi ad oggetto le aggravanti di pena per il conducente in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione da assunzione di sostanza stupefacente.