A tutti i colleghi iscritti Anfedipol e ricorrenti Cotipol


Colleghi,

come ricorderete, è pendente dinanzi al T.A.R. del Lazio il ricorso promosso da 526 sostituti commissari del tempo per la condanna della nostra Amministrazione al risarcimento del danno ingiusto derivante dal mancato esercizio di attività amministrativa obbligatoria e per la conseguente perdita di chance.

Depositato nel mese di dicembre del 2017, a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 95 del 2017 – che sostituendo il ruolo direttivo speciale con il ruolo direttivo ad esaurimento ci ha sì consentito il transito nel ruolo dei funzionari, ma lo ha fatto prevedendo la decorrenza degli effetti giuridici, al pari di quelli economici, a partire dalla data di inizio del primo corso di formazione, ovvero a partire dal 2018 – il ricorso è ancora in attesa di essere discusso.

Come ricorderete, venne fuori un ricorso molto articolato, a cui furono allegati conteggi individuali per ciascun ricorrente ai fini dell’indicazione dell’ammontare del danno da perdita di chance che, ritualmente, la parte ricorrente ha l’obbligo di indicare se non vuole vedersi respinta la domanda risarcitoria per genericità della richiesta.

L’azione risarcitoria fu promossa all’indomani dell’entrata in vigore del decreto legislativo 95/2017, nel momento in cui venne in evidenza per la prima volta il danno effettivamente subìto dai sostituti commissari a seguito della sostituzione della disciplina legislativa previgente (di cui al decreto legislativo 334/2000) con quella attuale.

Disciplina che la Corte costituzionale, con la recente sentenza n. 21 del 2020, ha sostanzialmente ritenuto conforme a Costituzione, laddove ha rilevato che, in considerazione della discrezionalità di cui gode il legislatore in ordine all’articolazione delle carriere e dei passaggi di qualifica dei dipendenti pubblici, la retrodatazione dell’inquadramento giuridico costituisce soluzione “non costituzionalmente imposta”, per cui l’impianto normativo delineato con il decreto legislativo n. 95 del 2017 può in sostanza ritenersi legittimo.

Ma, come sappiamo, la Corte ha anche osservato che la prospettata retrodatazione della decorrenza giuridica della nomina a vice commissario non può essere considerata come l’unica modalità ipotizzabile per ovviare al pregiudizio patito dal personale interessato dalla norma censurata, ragion per cui la pronuncia non impedisce di portare avanti l’azione risarcitoria già instaurata per la perdita di chance.

Anzi, nel momento in cui si esclude l’unica possibilità veramente satisfattiva del pregiudizio subito dal personale con qualifica apicale del ruolo degli ispettori – poiché la retrodatazione, a detta della Corte, “si cumulerebbe con le misure compensative previste dalla disposizione censurata (aumento della dotazione organica; concorso per soli titoli e non più per titoli ed esame, scritto e orale; abbreviazione - sino a dodici anni - del tempo necessario per l’accesso all’odierna qualifica apicale di commissario capo; suo conseguimento a ruolo aperto e non più a ruolo chiuso), privandole di giustificazione a tutto vantaggio del personale della Polizia di Stato, in tal modo non più discriminato bensì privilegiato rispetto agli altri corpi di polizia – le valutazioni che il T.A.R. è chiamato ad effettuare riguardano esclusivamente il raffronto tra la vecchia e la nuova disciplina.

Con la conseguenza che laddove si riuscirà a dimostrare che lo sviluppo di carriera degli attuali funzionari r.d.e. è ben diverso da quello che gli interessati avrebbero avuto in ipotesi di transito nel ruolo direttivo speciale fin dagli anni 2001-2005, il Giudice amministrativo, (speriamo) ben potrà condannare l’Amministrazione della pubblica sicurezza a risarcire il danno (da perdita di chance) cagionato agli attuali funzionari.    

Queste sono le conclusioni a cui siamo giunti insieme all’Avvocato Celli dopo esserci confrontati, su tutti gli scenari possibili da poter intraprendere a livello giuridico, diverso lo scenario politico Amministrativo.

Rispetto a quanto precede, terrei personalmente a precisare che il danno conseguente al mancato esercizio di attività amministrativa obbligatoria è un dato di fatto, noto fin dall’entrata in vigore del riordino (7 luglio 2017), e non occorreva attendere la sentenza della Consulta per muoversi in sede risarcitoria. Tant’è che il ricorso per la perdita di chance è stato proposto in un momento antecedente (anno 2017) rispetto ai ricorsi per il riconoscimento della retrodatazione giuridica (anno 2018), ricorsi che hanno portato alla Corte costituzionale ma che a seguito della sentenza n. 21 del 2020 non saranno più considerati.

In definitiva, dal colloquio con l’Avvocato Celli è emerso che ad oggi è ancora possibile battagliare per ottenere il giusto ristoro, questa volta sul piano economico, per la mancata attuazione delle previsioni transitorie in materia di ruolo direttivo speciale della Polizia di Stato, previste dal decreto legislativo 334/2000, nel periodo compreso tra il 2001 e il 2005.

Ristoro che potrà essere riconosciuto o negato dal TAR, e poi eventualmente dal Consiglio di Stato in esito ad un possibile giudizio di appello, e solo dopo, in caso di esito negativo, a seguito di eventuale giudizio dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), per il quale dovranno però sussistere tutti i presupposti per la sua presentazione, che appaiono molto stringenti se si considera che soltanto il 2-3% dei ricorsi proposti supera il vaglio preliminare di ammissibilità.

Ma al momento è assai prematuro parlare di ciò, visto che ai sensi dell’articolo 35 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali prima di poter adire la CEDU dovranno essere esaurite le vie di ricorso interne (“La Corte, ritualmente, non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne, come inteso secondo i principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti ed entro un periodo di sei mesi a partire dalla data della decisione interna definitiva”).

Rimedi interni che non possono ritenersi esauriti a seguito della pronuncia della Corte costituzionale, che peraltro si è limitata a dichiarare l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal T.A.R. per l’Abruzzo, che pertengono al solo profilo della decorrenza giuridica della nomina.

Ciò che faremo, dunque, è mandare avanti il giudizio in corso dinanzi al TAR del Lazio nell’interesse di chi vi ha preso parte nel 2017, nonché di valutare la possibilità di avviare un nuovo ricorso, sempre dinanzi al Giudice amministrativo e sempre per il risarcimento del danno da perdita di chance, alla luce della pronuncia della Corte costituzionale.

Come Anfedipol abbiamo già conferito incarico all’Avvocato Celli di valutare la fattibilità di un nuovo ricorso al TAR, al fine di coinvolgere tutti i colleghi che per un motivo o per un altro non hanno preso parte al primo giudizio, con la speranza che poi si possa tutti insieme chiedere giustizia in primis al Giudice italiano per poi eventualmente rivolgerci alla CEDU qualora ve ne siano i presupposti, ma certamente non prima di aver esaurito le vie di ricorso interne.

Emergenza COVID-19 permettendo, contiamo di essere in grado di darvi notizie a breve.

Un abbraccio, al momento virtuale ed un caro saluto a tutti.  Ciao  gbarrella